Qualità, ambiente, sicurezza sui luoghi di lavoro
CONSORZIO INN.TEC
SECONDO martedì del mese
dalle 14,30 alle 17,00
Presso lo sportello di Cedegolo
Piazza Roma, 1
Per prenotazioni telefonare al 0364/61100
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Esiste ancora il genio italico?
Tanti secoli di storia hanno inaridito la vena che ha permesso di lasciare al mondo così tanti capolavori?
Oppure l’Italia è ancora un Paese che, ora e adesso, ha talento e intelligenza da valorizzare?
E la generosità necessaria per un investimento che non sia solo di breve periodo?
Questi interrogativi si possono applicare a molte aree produttive del nostro paese, cercando risposte e producendo possibili azioni.
Scavando, indagando, verificando si trovano progetti di eccellenza che il sistema, in tutte le sue articolazioni, fa fatica a riconoscere, a valorizzare, in una indifferenza costante interrotta da un mantra (ricerca e innovazione, innovazione e ricerca) che aleggia imperterrito nei convegni, nei media e nelle sedi istituzionali e politiche.
Esistono, nel nostro Paese, potenzialità e filoni che hanno valore e respiro internazionale. Le idee hanno sempre una forza che permette loro di sopravvivere a prescindere da tempo e spazio, ma la loro applicazione necessita di un processo che presuppone, invece, un sistema di organizzazione collaudato. Dal credito alla pianificazione, dalla conoscenza alla concorrenza, dal territorio alla distribuzione.
Come abbiamo detto, occorre avere un obbiettivo editoriale e culturale più ampio: svolgere una funzione di intermediazione fra ricerca e realtà imprenditoriali, con grande attenzione ai colli di bottiglia che, fra queste due realtà, sono purtroppo molto attivi. La componente principale di queste strozzature è proprio la qualità della comunicazione e della divulgazione, nelle loro accezioni più alte come in quelle più semplicemente operative.
Le piccole e medie imprese, per esempio – ed è qui che si gioca, fra l’altro, la partita dell’innovazione in Italia –, fanno fatica a riconoscere le proprie esigenze, il che si traduce in una incapacità di fare domande alla ricerca. Ma anche la ricerca fa fatica a produrre una interpretazione creativa del proprio potenziale applicativo, il che significa non uscire da una visione molto verticale del proprio lavoro.
Se si parla di sguardi più ampi emerge quell’atteggiamento nostrano che guarda all’innovazione, anche quella che si vuole di alto profilo, come un oggetto che può già essere lì, pronto in un cassetto che non resta che aprire. Eppure dall’esperienza di altri importanti Paesi arriva il messaggio – incontrovertibile – che i grandi risultati si ottengono dalla capacità di investire in “scienza” e non solo in “tecnologie”. La dizione “trasferimento tecnologico”, così frequente nella convegnistica di ogni livello, ha spesso come corollario scontato che la conoscenza (scienza) sia insita nelle tecnologie. Qui, dobbiamo dirlo, il piatto delle responsabilità pende fortemente dalla parte della nostre imprese.
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